Solo un problema di identità

Solo un problema di identità

martedì 26 luglio 2011

Seconda puntata. Beijing.

Beijing.

Nuovo albergo, nuovi ritmi. Si ricomincia da capo, dopo un massacrante viaggio di 5 ore su un affollatissimo treno pieno, chissà come mai, di cinesi. Mi ricordo solo ora, ripensandoci, di aver incontrato nel viaggio d'andata un ragazzo italiano: un viaggiatore solitario che se ne tornava al tempio dei monaci Shaolin dove era stato anni prima, poco più che adolescente... Strani casi della vita.

Beijing esiste? Certo, ma non per noi. Per noi è un cielo coperto che asfissierà il nostro soggiorno per due settimane con i soi 35 gradi e 80% di umidità. Dalla finestra della nostra camera la vista è mozzafiato: grattacieli che emergono da una nebbia tossica, immagine degna di un film cyberpunk. A Yaya piace quella finestra perchè finalmente può confrontarsi con il suo doppio. Non si riconosce ancora allo specchio, inutile illudersi. Pechino è una clausura che ci siamo imposti perchè Yaya ha un bisogno estremo di ritmi, di calma, della certezza del cibo. Il cibo e la culla sono il suo mondo, i giochi sono quasi irrilevanti, 5 vasetti di plastica colorata sono più che sufficienti, riempiono lo spazio di 14 giorni. A volte a rompere la monotonia di questo gioco un palloncino, ogni altro giocattolo è superfluo, meglio una bottiglia di plastica accartocciata.

Yaya ha il terrore di non essere nutrito. Per lui la vita potrebbe benissimo essere soltanto il biberon, noi lo sediamo sullo sgabello e gli prepariamo minestrina con omogeneizzati e pastina. Guai a distrarsi durante l'imbeccata, guai allontanarsi anche solo di pochi centimetri. Tragedia nera. Di quando in quando siamo usciti a cena con gli amici (gli altri genitori adottivi), esperienza pietosa che purtroppo nessuno di noi ha avuto il coraggio di filmare! Cene mute, di volti tesi, un po' snervati, stanchi, di genitori il cui unico scopo è cercare di nutrire il cucciolo senza arrivare al pianto, pianto che inesorabilmente arriverà...

I giorni passano lenti, a volte lentissimi, non c'è amore in questi giorni, c'è solo la necessità di capire di cosa ha bisogno Yaya e non è facile visto che non sa parlare e non sappiamo assolutamente nulla sulle sue abitudini. Si sbaglia, ovviamente, e quando si sbaglia lo gettiamo nella frustrazione più profonda. I suoi pianti isterici sono potenti, durano tanto, si ripetono svariate volte al giorno; la prima frignata la si prende bene, con affettuosa premura; la seconda si cerca di essere razionali, di capirne la causa (ammesso che ne esista veramente una); alla terza ci si sente stupidi e sconfitti; alla quarta saltano i nervi (meno male siamo in due, perchè per razione quando uno dei due non ce la fa più l'altro, dimostra una calma ed un sangue freddo doppi); alla quinta … resta solo lo sgomento di tenere per altri 40 minuti tuo figlio duro come il marmo, stretto tra le braccia fino a farti venire i crampi perchè scalcia come un drogato in crisi d'astinenza e tirerebbe testate a destra e a manca: non resta che fare di sé una camicia di forza morbida. Poi, per la stanchezza, Yaya crolla. Ma questo non è consolare, questo è prendere per sfinimento.

Yaya ancora non si fida. Non recepisce l'abbraccio come un gesto d'affetto, non lo accetta, non accetta di essere calmato, non accetta le coccole (non le rifiuta) sembra non capire il linguaggio del corpo. O forse siamo noi che non trasmettiamo quel calore necessario a calmarlo. Si procede per gradi, lo amo di più quando è veramente in crisi, allora scatta qualcosa dentro che me lo fa sentire mio. Non è né semplice né spontaneo imparare ad amare questo cucciolo, non lo è per lui, non lo è per noi, perchè siamo ancora profondamente estranei. E mentre stringo Yaya che urla come un maiale scannato, rosso come un'aragosta bruciata ripenso alle paure di quei genitori che ho incontrato ai corsi preadottivi: molti hanno paura della situazione sanitaria, delle malattie del bimbo, della sua integrazione sociale...  a pensarci mi viene da ridere, la vera paura che dovrebbe nutrire un genitore adottivo è quella di non saper accettare o non essere accettato dal proprio figlio.

Il cibo ed il gioco sul letto sono un po' una tregua, sono i momenti in cui si “dialoga” su basi primitive. Funziona.

Poi Debora scopre il grande segreto di Yaya: la sua adorazione per la culla! Già, ogni pianto finisce nella culla, nella culla tutto il dolore sfuma in pochi istanti, la culla è la mamma e se innaffiata di biberon al latte allora è proprio gioia infinita! Ah soave culla, salvezza di noi genitori inesperti e maldestri. Certo, non è esattamente la maniera più affettuosa di risolvere i problemi, ma bisogna capitolare di fronte al potere della culla. Il desiderio di calmare il proprio figlio in dolci abbraccio per ora ce lo teniamo per noi, è prematuro, è una inutile violenza che lui subisce solo come una costrizione. Ammettiamolo, quei gesti affettuosi che ho sognato per mio figlio per lui non contano ancora nulla. Siamo ancora due estranei.

Intanto i giorni passano, la culla fa il suo dovere e la ripetitività delle giornate sortisce l'effetto sperato. Yaya si scioglie piano piano. E noi con lui. Mi intenerisce guardarlo mentre inizia a camminare (già, mica camminava all'inizio il nostro eroe), mi fa gusto sentirlo ridere e lui si diverte a farci cucù dalla culla o a sentirmi nitrire come un cavallo imbizzarrito. I pianti isterici diventano meno frequenti, Debora ed io ci diamo un po' di turni, tanto per alleggerire la clausura alberghiera. Alla fine riusciamo anche a girare un po' la città. Yaya a questo punto non si lascia ancora andare, questo è ovvio e chiaro, ma si fida. Si fida e si fa portare, trasportare, si fa fare, sfare e rifare. Alla fine non teme più di essere lasciato senza cibo, alla fine anche la culla diventa quasi irrilevante, anzi, quasi quasi starebbe alzato fino a tardi a fare bagordi con i genitori. Non siamo ancora genitori e figlio, ma siamo, almeno, amici.

giovedì 21 luglio 2011

Riassunto delle puntate precedenti: Zengshou

Zengzhou.

Zengzhou è una città insignificante, piuttosto squallida, forse per questo affascinante. Una notte in albergo che passa tranquilla e poi, il giorno seguente, finalmente, incontreremo Jacopo. Debora è emozionata, come tutti gli altri genitori del nostro gruppo, io... sono tranquillo. Tranquillo forse non è il termine giusto, sto bene, sto semplicemente bene. Fuori il cielo è incolore, atono, afono... il sole sta da qualche parte dietro ad una spessa coltre di nuvole che ci accompagnerà per quasi tre settimane. La notte poi, questa città turrita è buia, i palazzi non sono illuminati, le strade nere...

Il centro adozioni è uno stanzone lucidamente burocratico, non fosse per il piccolo box con i giochi per i bimbetti potrebbe essere solo una stanza di passaggio dai pavimenti lucidi, in cui sono state accatastati sedili di un minivan (!?).

Arrivano per primi gli americani, 15 famiglie, con tanto di parenti appresso, armati di telecamere sembrano uno squadrone d'assalto. Quando arrivano i bambini scoppia il caos, è difficile provare una qualche emozione di fronte ad un simile spettacolo. I bambini giocano, alcuni piangono, e gli americani riprendono tutto, come se la vita non fosse tale se non vista attraverso l'occhio della telecamera. Anche io provo a fare un filmino, desisto quasi subito.

Con noi ci sono Marcello, Angelica e il loro primo figlio Fernando, un bimbo adottato in Bolivia, intelligentissimo, simpatico, dotato di una sensibilità fuori dal comune. E' lui l'emozione più forte della giornata, strano a dirsi, ma è proprio il piccolo Fernando ad incarnare la profondità del momento. E' il più emozionato, aspetta il suo nuovo fratellino con ansia, forse con paura. Fernando ha una storia terribile alle spalle e due genitori meravigliosi, è proprio il caso di dirlo.
Quando arriva il nuovo fratello di Fernando l'atmosfera si fa cupa. Si capisce subito che Shi Fei è strano, che c'è qualcosa che non era emerso dalla sua scheda sanitaria. A colpo d'occhio sembra un bambino spastico. E' un momento angoscioso... Fernando fa di tutto per catturare l'attezione del fratello ma non serve a nulla; il suo impegno è commovente. La sua determinazione è superiore a quella di un adulto, fruga nello zaino cercando giocattoli, bolle di sapone o chissà cos'altro. Lo ammiro, lo adoro.

Jacopo arriva per ultimo. Una cosa piccola piccola, di colore grigio-verde, ha con sé una confezione di fazzolettini umidificati ormai secchi, questo è tutto il suo passato. Poca cosa... Si fa prendere, ha uno sguardo dolce, furbo, vispo e mite. Debora lo coccola, e gli da un po' di mela, lui si fa nutrire come un piccolo mammifero mansueto. Non ha paura, non piange, si lascia fare. E' un momento bellissimo ed irreale. Poi, quando tiriamo fuori le bolle di sapone, ride.

Nella confusione bisogna fare le firme, cercare di capire qualcosa di lui da quel poco che sanno i suoi accompagnatori (nulla), e magari godersi il momento.

Solo a sera, in albergo, dandogli per la prima volta da mangiare, finalmente capisco cos'è successo. E' bello, appagante. E così sono i primi giorni, che scorrono quasi tranquilli, noi cerchiamo di sedurlo e lui cerca di sedurre noi, genitori inesperti. Il tempo scorre come in un sogno, nulla sembra reale, l'unica cosa che veramente ci ancora alla realtà è la sua magrezza, e quindi la necessità di gonfiarlo di cibo. A notte è agitato, si sveglia piangendo, ma per ora si lascia cullare, si addormenta in braccio alla mamma, è magia allo stato puro. Un corpicino così chiama baci e carezze, e le sue risate sono francamente seducenti... tutto da copione, si fa fatica a crederci, ma ce lo hanno ripetuto decine di volte, che i primi giorni sarebbero andati così... è come un gioco cortese, ci si corteggia a vicenda, ci si studia, si cerca di innamorarsi. Si, perchè questo amore va costruito, va conquistato, va strutturato...